Introduzione
Durante un allenamento capita spesso di notare che, quasi sempre, gli stessi bambini arrivano prima sulla palla, vincono più duelli… sembrano “un passo avanti”.
È facile pensare “questo ragazzo è più bravo degli altri” (Confesso che, osservando i bambini sul campo, anche io all’inizio tendevo spesso a fare questo tipo di lettura).
Ma cosa succede quando cambiamo la situazione? Quando lo spazio è diverso, quando le regole cambiano, quando il contesto non è più quello di prima?
Spesso quel vantaggio scompare ed a quel punto la domanda diventa inevitabile:
“Stavamo davvero osservando talento… oppure un bambino che era semplicemente più adatto a quella situazione?”
È da qui che nasce, a mio avviso, uno degli errori più diffusi nello sport giovanile: valutare i bambini per quello che riescono a fare oggi, senza chiederci come si comporteranno domani, quando tante condizioni cambieranno.
Il problema delle etichette
Troppo spesso guardiamo i bambini nel modo sbagliato: prima li mettiamo insieme perché hanno la stessa età, ma non lo stesso sviluppo. Poi li osserviamo per quello che riescono a fare in quel momento e non per ciò che potrebbero fare in futuro.
Chi arriva prima, chi è più veloce, chi sembra più efficace… viene considerato “più avanti”, ma ignoriamo che dentro quel gruppo ci sono bambini completamente diversi tra loro.
C’è chi è più sviluppato fisicamente, chi ha già fatto più esperienze, chi semplicemente si trova meglio in quel tipo di situazione… eppure li valutiamo come se partissero tutti dallo stesso punto.
È qui che nasce l’errore, perché iniziamo a dare etichette troppo presto:
“questo è bravo”
“questo è indietro”
quando in realtà stiamo osservando solo una fotografia del momento.
Una fotografia che dipende da tante variabili, ma che spesso viene scambiata per qualcosa di stabile.
Il rischio che può derivare da questo tipo di osservazione è allora evidente. Rischiamo infatti di costruire percorsi basati su quello che vediamo subito, “premiando” chi è già avanti e rischiando di perdere per strada chi, magari, avrebbe solo bisogno di un po’ più di tempo.
Cosa accade in campo
Quanto sin qui descritto avviene perché, ad opinione di chi scrive, stiamo guardando la cosa sbagliata.
Nello sport giovanile, quello che conta davvero non sempre è ciò che vediamo adesso, sul momento.
Un bambino può eseguire bene un esercizio, può sembrare efficace, può dare l’impressione di essere “più avanti”, ma tutto questo può dipendere da quella situazione specifica:
- da quanto quell’esercizio è già conosciuto,
- da quanto il bambino riesce ad adattarsi a quella richiesta in quel momento, etc.
Basta cambiare qualcosa (lo spazio, una regola, il tempo a disposizione…) e quell’efficacia può sparire. Quando succede, spesso pensiamo che il bambino abbia sbagliato.
Osservando il lavoro sul campo, è proprio in questi momenti che, a mio avviso, emergono le differenze più interessanti: capita spesso di vedere bambini molto efficaci in situazioni conosciute andare in difficoltà appena qualcosa cambia, mentre altri, inizialmente meno efficaci, iniziano improvvisamente a trovare soluzioni quando la situazione diventa meno prevedibile.
In realtà il bambino non sta sbagliando, ma sta semplicemente mostrando che quello che funzionava prima non era qualcosa di stabile, ma una soluzione legata a quella situazione specifica.
Ed è qui che dobbiamo cambiare il modo in cui osserviamo: il punto non è più “quanto bene un bambino riesce a fare una cosa oggi”, ma “quanto riesce a trovare soluzioni quando le condizioni cambiano?”
La svolta
Se quello che può contare davvero è la capacità di adattarsi, allora ciò che NON va fatto è evidente: allenare sempre nello stesso modo, con le stesse richieste e le stesse situazioni, può anche far migliorare nel breve periodo, ma costruisce bambini che funzionano solo in quel contesto specifico.
Basta cambiare qualcosa, e quell’efficacia si perde. Non perché non siano capaci, ma perché non hanno mai avuto bisogno di trovare soluzioni diverse, visto che le situazioni erano sempre uguali.
E allora la domanda cambia:
Non è più: “quanto riesce a fare bene questa cosa?”, ma “in quante situazioni diverse riesce a trovare una soluzione efficace?”.
Ed è qui che entra in gioco, come strumento didattico, la multidisciplinarietà, che non significa semplicemente fare più sport, ma mettere il bambino di fronte a situazioni sempre un po’ diverse, che gli chiedono ogni volta, ad esempio, di capire cosa sta succedendo, scegliere cosa fare, adattarsi a ciò che cambia, all’imprevisto, all’insolito.
Ogni ambiente nuovo, infatti, non cambia solo il movimento, ma cambia quello che il bambino vede, le decisioni che prende, il modo in cui reagisce e si relaziona.
È proprio in questo continuo adattarsi che il bambino cresce davvero.
Per questi motivi la multidisciplinarietà non è un’aggiunta, ma un’opportunità da non farsi sfuggire e, secondo l’esperienza di chi scrive, proprio una necessità.
Torniamo al "campo"
Se cambia il modo in cui guardiamo i bambini, dovrebbe forse evolvere anche il modo in cui noi lavoriamo.
Non si tratta più di proporre esercizi “solo” da eseguire bene, ma di creare situazioni in cui i bambini devono capire, scegliere e adattarsi. Situazioni in cui non esiste una sola soluzione giusta, ma più possibilità.
Osservando il lavoro con i bambini, ritengo che uno degli errori più comuni sia cercare troppo presto il gesto perfetto o l’esecuzione “giusta”.
Spesso, infatti, quando lasciamo un po’ più spazio all’esplorazione e introduciamo piccoli cambiamenti nel gioco o nell’ambiente, emergono soluzioni e comportamenti che in una situazione troppo guidata probabilmente non avremmo mai visto.
Questo significa, a livello pratico, smettere di cercare la “ripetizione perfetta” e iniziare a costruire contesti che cambiano.
Cambiare uno spazio, una regola, un obiettivo, il numero di giocatori… anche piccoli dettagli possono trasformare completamente ciò che succede.
E ogni volta che qualcosa cambia, il bambino è invitato a:
- osservare meglio,
- prendere decisioni diverse,
- trovare nuove soluzioni.
È qui che maturano alcune delle condizioni essenziali per l’apprendimento.
Non quando tutto è stabile e prevedibile, ma quando il bambino deve adattarsi.
In questo senso l’allenatore non è più solo chi spiega o corregge.
È colui che costruisce le condizioni in cui certe cose possono emergere e, quando interviene, non lo fa soltanto dicendo cosa fare, ma modificando la situazione: lo spazio, il tempo, le regole, le relazioni.
E allora scopriamo che è principalmente il contesto, e l’adattamento che ne deriva, ad indirizzare il/i comportamento/i.
Conclusioni
Se continuiamo a guardare solo quello che un bambino riesce a fare oggi, continueremo a premiare chi è semplicemente più avanti in quel momento.
Continueremo, senza accorgercene, a perdere chi avrebbe solo bisogno di più tempo e di maggiori e/o diverse esperienze.
Spostiamo il nostro focus di formatori e iniziamo a guardare con priorità come un bambino si adatta, come cambia, come reagisce a situazioni diverse, allora cambia tutto.
Smettiamo di limitare la nostra concentrazione su chi dei nostri allievi/e “esegue nel modo giusto”. Favoriamo, incoraggiamo invece chi, tra loro riesce a trovare soluzioni più efficaci e/o innovative, inaspettate, ma funzionali.
Ed è qui che la multidisciplinarietà può diventare uno strumento essenziale e non meramente accessorio.
Mettere infatti un bambino di fronte a situazioni diverse non serve solo a farlo muovere in modo “migliore”. Serve a farlo crescere, a renderlo più sicuro quando qualcosa cambia, più disponibile a provare, più capace di trovare una strada anche quando non è già scritta.
Ricordiamoci infatti che non stiamo formando bambini che funzionano solo quando tutto è uguale, ma bambini che sanno adattarsi quando tutto cambia, visto che nel gioco del calcio l’imprevisto è parte integrante del gioco stesso.
Nel proporre, immaginare, costruire gli ambienti propedeutici allo sviluppo di esperienze dei bambini, domandiamoci:
- Quando proponiamo un’attività, il nostroobiettivo principale è che il gioco “venga bene” oppure che metta davvero il bambino nella condizione di adattarsi e trovare soluzioni?
- Quanto spesso cambiamo davvero qualcosa nei nostri allenamenti per mettere i bambini in situazioni nuove, funzionalmente inaspettate?
- Quando un bambino va in difficoltà appena qualcosa cambia, pensiamo subito: “Non è capace”, oppure ci chiediamo cosa sta imparando in quel momento?
- I nostri allenamenti aiutano i bambini a pensare e trovare soluzioni… oppure a fare sempre le stesse cose
- Stiamo formando bambini efficaci solo nelle situazioni che proponiamo oggi… oppure bambini capaci di adattarsi nel cambiamento continuo?




