Durante una partita...
Sono andata a una partita della categoria Primi Calci, bambini nati nel 2018. Io, come sempre, avevo organizzato tutto seguendo le linee guida della FIGC: pallone n.3, coerente con ciò che propongo quotidianamente in allenamento e con una logica didattica ben precisa, legata allo sviluppo del bambino.
Poi però inizia la partita… e mi accorgo subito di una cosa: la squadra che ci ha ospitato gioca con il pallone n.4.
Sulla carta la differenza sembra minima: il pallone n.3 ha una circonferenza di circa 58–60 cm e un peso di 300–320 grammi, mentre il n.4 arriva a 63,5–66 cm e 350–390 grammi.
Le differenze sembrano contenute, ma in campo non è così.
I bambini lo percepiscono immediatamente: nel primo controllo, nella conduzione, nella gestione del gesto tecnico.
Chi non è abituato va in difficoltà, perde tempi di gioco, perde sicurezza.
E allora ho iniziato a pormi delle domande.
Da una parte c’è la scelta della FIGC, che condivido: il pallone n.3 facilita la gestione, accelera l’apprendimento tecnico ed è più coerente con le caratteristiche coordinative e antropometriche del bambino.
Dall’altra, però, c’è la realtà del gioco, che non è sempre didatticamente “perfetta”. E qui entra in gioco il concetto di variabilità.
Mi sono chiesta: se il bambino si allena sempre e solo in una condizione facilitata, cosa succede quando quella condizione cambia?
Diverse ricerche nell’ambito dell’apprendimento motorio nel calcio giovanile evidenziano come l’utilizzo di attrezzi differenti (quindi palloni di dimensioni e pesi diversi) possa influenzare lo sviluppo tecnico.
È proprio per questo che ho iniziato a introdurre il pallone n.4 in modo progressivo, con un rapporto circa 7:3 rispetto al pallone n.3, per abituare gradualmente i bambini a questa variabilità.
L’idea non era quella di aumentare la difficoltà fine a sé stessa, ma di stimolare adattamenti diversi.
Nel frattempo, però, ho iniziato a sentire anche un’altra osservazione, piuttosto diffusa nel nostro ambiente:
“Il pallone n.4 può fare male alle articolazioni dei bambini”.
A quel punto ho deciso di non fermarmi alle percezioni, ma di approfondire la letteratura scientifica.
Uno studio recente (Febrianty E, Saputra MY, Mustaqim R. The effectiveness of size 3 and 4 balls in training soccer player’s dribbling technique. Indonesian Journal of Sport Management. 2025;5(3):607–617.), sull’efficacia dell’utilizzo dei palloni di taglia 3 e 4 nell’allenamento della tecnica di dribbling nei giovani calciatori, mostra che il pallone n.3 è particolarmente efficace nell’aiutare i giocatori tra gli 8 e i 10 anni a padroneggiare le tecniche di base.
Essendo più piccolo e leggero, è più facile da controllare, soprattutto nella fase di apprendimento fondamentale. Inoltre, la sua dimensione è più adeguata alla corporatura e alle capacità motorie del bambino, facilitando un apprendimento più rapido e fluido delle abilità tecniche. In questo senso, il pallone n.3 rappresenta una scelta efficace per migliorare il controllo palla, perché oltre allo sviluppo tecnico favorisce anche la fiducia e la continuità nell’esecuzione del gesto.
Per quanto riguarda il pallone n.4, leggermente più grande e pesante, viene comunque considerato utilizzabile nella fascia 8–10 anni, ma con una funzione diversa. Rappresenta infatti una sfida aggiuntiva: è più difficile da controllare e richiede una maggiore capacità di adattamento motorio, contribuendo a migliorare il controllo del piede, la forza specifica e la stabilità del gesto durante il dribbling.
Inoltre, l’utilizzo del pallone n.4 può contribuire a sviluppare una maggiore capacità di adattamento alle condizioni reali di gioco, dove il contesto è più variabile e non sempre facilitato. In questo senso, il bambino non deve solo imparare la tecnica, ma anche adattarsi alla situazione e alla pressione esterna. Il pallone n.4, quindi, non facilita: stimola.
Per quanto riguarda invece il tema degli infortuni, la letteratura sul calcio giovanile (ad es. Mandorino M, Figueiredo AJ, Gjaka M, Tessitore A. Injury incidence and risk factors in youth soccer players: a systematic literature review. Part II: Intrinsic and extrinsic risk factors. Biol Sport. 2023;40(1):27–49) non evidenzia correlazioni dirette tra la dimensione del pallone e danni articolari nei bambini.
I principali fattori di rischio risultano essere altri: carico di allenamento, fatica, crescita e gestione complessiva dello sforzo.
A questo punto il quadro diventa più chiaro.
Le evidenze suggeriscono che il pallone n.3 sia più adatto alla fase iniziale di apprendimento, perché accelera la padronanza tecnica, mentre il pallone n.4 può essere utile in una fase successiva o all’interno di una progressione, per aumentare la difficoltà e preparare il giocatore a situazioni più simili alla partita.
Ritengo che la scelta della FIGC di utilizzare il pallone n.3 per i 2018 sia finalizzata a facilitare la gestione del pallone e accelerare l’apprendimento tecnico.
Allo stesso tempo, ritengo che l’introduzione graduale del pallone n.4 possa rappresentare uno strumento utile per sviluppare capacità di adattamento e preparare i bambini a contesti di gioco più complessi.
È vero che il pallone n.4 comporta un carico meccanico leggermente superiore, ma la differenza resta contenuta e, se inserita in modo progressivo, non rappresenta un elemento critico.
Reputo che la chiave, quindi, non sia scegliere tra uno e l’altro, ma capire come integrarli all’interno del percorso.
Allenare non significa solo mettere i bambini nelle condizioni ideali per riuscire, ma anche prepararli ad adattarsi, a risolvere problemi, a gestire la variabilità.
E tornando a quella partita, la mia riflessione è stata proprio questa: non è tanto il pallone in sé a fare la differenza, ma il modo in cui lo utilizziamo nel processo di crescita del bambino.
Ehi mister… tu cosa faresti?
- Resteresti sempre sul pallone n.3 per facilitare al massimo l’apprendimento?
- Oppure inizieresti a introdurre variabilità per preparare i bambini alla realtà del gioco?
- E soprattutto: quanto spazio dai all’adattamento rispetto alla condizione ideale?




