
“L’allenatore che interviene di più non è quasi mai quello che ottiene di più“, un’affermazione che contraddice un’idea molto radicata nel coaching giovanile italiano, quella secondo la quale sembra che la quantità delle correzioni, delle indicazioni e delle istruzioni fornite in una seduta sia direttamente proporzionale alla qualità del lavoro svolto, come se il valore di un allenatore si misurasse dalla densità delle parole pronunciate sul campo invece che dalla precisione con cui riesce a leggere quello che sta succedendo prima ancora di decidere se e come intervenire.
Quella lettura, l’osservazione, è una competenza che nella formazione degli allenatori italiani riceve, a mio avviso, uno spazio marginale rispetto a quello dedicato alla conoscenza degli esercizi, delle progressioni didattiche, dei sistemi di gioco, eppure è proprio quella competenza a determinare se un allenatore riesca o meno ad identificare quali vincoli stiano effettivamente modellando il comportamento dei suoi giocatori in un dato momento, perché senza quella lettura ogni intervento rischia di essere una correzione alla cieca, basata su quello che l’allenatore pensa dovrebbe succedere invece che su quello che il campo sta effettivamente producendo.
Il framework dei vincoli sviluppato da Newell nel 1986 distingue tre categorie che agiscono simultaneamente sul comportamento motorio di ogni giocatore, i vincoli di compito, i vincoli ambientali e i vincoli organismici(o individuali), distinzione che possiede un valore enorme sul piano teorico, ma diventa operativa solo se l’allenatore sviluppa la capacità di riconoscere, in tempo reale, quale di questi vincoli stia effettivamente limitando o abilitando il comportamento che osserva, perché la stessa difficoltà in campo può avere origini completamente diverse; un giocatore ad esempio che non riesce a smarcarsi può essere bloccato da uno spazio troppo ristretto, da una condizione fisica che limita la sua velocità di esecuzione oppure da una regola del gioco che rende quel movimento meno funzionale di altri e ognuna di queste origini richiede una manipolazione diversa per essere risolta.
L’allenatore che non sviluppa la capacità di lettura tende a rispondere a ogni difficoltà con lo stesso strumento, ovvero tramite l’istruzione verbale, la correzione tecnica o la ripetizione guidata, indipendentemente dal vincolo che effettivamente sta producendo quel comportamento.
Questo approccio uniforme spiega perché molte correzioni, anche tecnicamente corrette, non producono il cambiamento atteso, perché stanno intervenendo sul sintomo invece che sulla causa, sulla manifestazione visibile del comportamento invece che sul vincolo specifico che lo determina.
Osservare in modo efficace richiede all’allenatore di sviluppare quello che la letteratura sull’ecological dynamics chiama un repertorio percettivo specifico per il coaching, una capacità di rilevare informazioni che vanno oltre l’esito immediato dell’azione, il passaggio riuscito o sbagliato, il duello vinto o perso, per arrivare a leggere le condizioni che hanno prodotto quell’esito, la distanza tra i giocatori nel momento della decisione, il tempo disponibile prima che la pressione diventasse determinante, l’orientamento del corpo nel momento in cui l’informazione rilevante si è presentata e questo tipo di osservazione si costruisce con l’esperienza, ma anche con una formazione specifica che la maggior parte dei percorsi di qualificazione in Italia, secondo la mia esperienza, non offre ancora in modo strutturato.
Gli studi di Wood, Mellalieu, Araújo, Woods e Davids, nel lavoro sulla formazione degli allenatori in chiave ecologico-dinamica, distinguono tra una conoscenza proposizionale, quella che si acquisisce attraverso manuali e lezioni teoriche, e una conoscenza percettiva diretta, quella che si sviluppa solo attraverso l’esposizione prolungata a contesti di coaching reali, e questa distinzione spiega perché un allenatore può conoscere perfettamente la teoria dei vincoli senza riuscire a riconoscerli in tempo reale durante una seduta, perché sapere che esistono tre categorie di vincoli è diverso dal saperli vedere mentre stanno agendo su un giocatore specifico in una situazione specifica.
Quello che distingue quindi un allenatore esperto da uno alle prime armi, secondo questa prospettiva, non è tanto la quantità di esercizi conosciuti o la varietà delle progressioni didattiche disponibili, ma sono piuttosto la velocità e la precisione con cui riesce a leggere quale vincolo sta producendo un determinato comportamento.
Questa lettura, una volta sviluppata, cambia completamente il modo in cui si progetta una seduta, perché permette di intervenire sulla causa invece che sull’effetto, modificando lo spazio quando il problema è di natura ambientale, intervenendo sulla difficoltà del compito quando il vincolo è di natura cognitiva o decisionale, oppure lasciando che il giocatore stesso trovi il tempo necessario per adattarsi quando il vincolo è semplicemente una fase di apprendimento in corso che non richiede nessun intervento esterno.
Tutto ciò significa che l’osservazione non è un’attività passiva che precede l’intervento attivo dell’allenatore, è invece essa stessa la parte più attiva e più determinante del lavoro di coaching, perché è in quel momento che si decide quale vincolo manipolare, con quale intensità, e se intervenire sia davvero la scelta più efficace rispetto a lasciare che il sistema percettivo-motorio del giocatore continui la propria esplorazione senza interferenze esterne, una decisione che richiede una competenza raffinata quanto qualsiasi conoscenza tecnica sulla didattica del gesto calcistico, ma che nella cultura del coaching italiano viene ancora trattata come un’attività secondaria rispetto al “fare” qualcosa in campo.
Per costruire questa competenza è richiesto, di conseguenza, un cambiamento nella formazione degli allenatori che va oltre l’aggiunta di nuovi contenuti teorici nei corsi esistenti, perchè è una competenza che richiede tempo dedicato all’osservazione guidata di sedute reali, alla discussione di casi specifici in cui identificare insieme quale vincolo stesse effettivamente agendo su un comportamento osservato e alla pratica riflessiva attraverso cui ogni allenatore costruisce progressivamente il proprio repertorio percettivo, un ulteriore percorso che la maggior parte (per non dire la totalità) dei sistemi di qualificazione attuali non prevede, lasciando che questa competenza si sviluppi, quando si sviluppa, attraverso anni di esperienza diretta sul campo invece che attraverso una formazione specifica pensata per accelerarla.
Il calcio giovanile italiano ha tanto bisogno di allenatori che sappiano vedere prima di sapere cosa dire, perché la qualità di un intervento dipende dalla qualità della lettura che lo precede, e nessuna correzione tecnica, per quanto precisa, può compensare una diagnosi sbagliata su quale vincolo stia effettivamente determinando il comportamento che si vuole modificare.
Questa prospettiva, per quanto supportata da decenni di ricerca internazionale, continua a essere accolta con un certo scetticismo nel coaching italiano più tradizionale, che fatica a riconoscere il valore di un allenatore che osserva più di quanto parli, o che progetta vincoli invece di dettare istruzioni, considerando questi approcci come idee “bislacche” più che come metodologie scientificamente validate, un pregiudizio di cui abbiamo parlato recentemente con un collega estremamente preparato e che entrambi riconosciamo come uno degli ostacoli alla diffusione reale di un cambiamento che la ricerca, ormai, considera consolidato.




