Muro di gomma
Il termine “muro di gomma” l’ho rubato a uno dei grandi maestri che hanno segnato la mia formazione come educatore sportivo. E, credetemi, nel calcio di oggi è più attuale di un meme su TikTok.
Il muro non è solo una metafora: rappresenta la rigidità, quella che blocca, irrigidisce e ci fa fuggire. Chi è rigido, davanti alla difficoltà o all’errore, tende a difendersi, a proteggersi, a sottrarsi.
Chi invece diventa flessibile impara ad accogliere. Accoglie la competizione, accoglie l’errore, accoglie l’apprendimento. Non scappa dalle sfide, ma le trasforma in opportunità di crescita. Così come l’Idra che mozzandole la testa ne fa crescere altre sette, citando Nassim Nicholas Taleb nel suo libro “Antifragile”, chiunque è in grado di fortificarsi di fronte alle difficoltà anziché indebolirsi.
Muro di gomma!
IL GIOCO COME DIPENDENZA POSITIVA
E qui sta il segreto: se impariamo a praticare con un approccio positivo, il gioco e l’allenamento smettono di essere obblighi e diventano una dipendenza positiva (circuito della dopamina). La motivazione cresce, il corpo e la mente si aprono, e il gesto tecnico, come quello del portiere che accoglie la palla per farla propria, diventa naturale, efficace e creativo.
Viviamo in un’epoca in cui il processo educativo viene messo KO ogni volta che qualcuno vuole il risultato subito. Pazienza e programmazione? Roba vintage, quasi da museo archeologico.
LE SOCIETÀ
Nei settori giovanili dilettantistici, ad esempio, assistiamo a un classico intramontabile: l’esonero dell’allenatore. Quello che invece dovrebbe avere un contratto pluriennale, specializzandosi in quella determinata fascia d’età così importante per la crescita dei nostri giocatori, futuri uomini, e incarnando la calma zen di un monaco tibetano per poter fare breccia nei ragazzi, viene costantemente messo sotto i riflettori dell’ansia del risultato.
GLI ALLENATORI

Si crea in questo modo il solito vortice di pressioni, con allenamenti che diventano boot camp già dagli Esordienti con allenatori sempre meno Montessori e sempre più sergenti Hartman di Full Metal Jacket. L’errore, che dovrebbe essere un gradino in più sulla scala dell’apprendimento, diventa un mostro da evitare come se si fosse commesso un reato. Risultato? I ragazzi finiscono per giocare con il freno a mano tirato, bloccati dal giudizio.
LA METODOLOGIA
L’allenamento individualizzato, che dovrebbe rappresentare la nuova frontiera della metodologia, spesso viene sostituito da un collettivo veloce, così “arriviamo prima a dama”. Peccato che, invece di formare giocatori pensanti e creativi, finiamo per muovere pedine come se fossimo noi a giocare col joystick la partita al posto loro.
I GENITORI

Sempre il mio maestro un giorno, scuotendo la testa durante una partita di esordienti 2003 mi disse mentre un papà inferocito scagliava la sua ira verso l’allenatore avversario che aveva tenuto troppo in panchina il figlio: “È diventato lo sport dei genitori”. Il pubblico. Eh, il pubblico! Sempre più pronto a trasformare il campetto dell’oratorio in San Siro, con urla da curva e pressioni da Champions. Peccato che quelli in campo non siano calciatori milionari, ma ragazzi che sognano di diventarlo. E mentre la strada verso il professionismo si restringe come l’imboccatura di un imbuto, quello che invece cresce e tanto, è il famoso drop-out: e su questo, purtroppo, ogni anno
ci qualifichiamo sempre tra i primi posti in classifica.
I MASS-MEDIA
A questo si aggiungono le testate giornalistiche che intervistano ragazzi imbarazzati, senza parole, o gli allenatori che fanno il “post-gara” come in Serie A, con dichiarazioni e analisi che imitano i grandi. E poi i premi all’MVP, le rubriche, le interviste: tutte dinamiche che appartengono al calcio professionistico, ma che a questa età allontanano i ragazzi ma anche noi addetti ai lavori, dal vero senso di quello che facciamo: educare e crescere attraverso il gioco.
IL CIRCOLO VIZIOSO
Il calcio giovanile sta perdendo la sua natura di gioco: i ragazzi vengono trattati come
professionisti in miniatura, caricati di pressioni da parte di adulti (genitori, allenatori, procuratori, media) che proiettano su di loro i propri sogni e interessi. Questo porta i giovani a vivere il calcio come un dovere e non più come un divertimento, con ansia da prestazione e motivazioni sempre più esterne e sempre meno autentiche.
IL TRISTE EPILOGO
Il sistema che noi stessi alimentiamo soffoca creatività e passione, contribuendo al calo dei talenti. Poi ci lamentiamo dei risultati scadenti (come l’Italia fuori dai Mondiali), mentre intanto il pubblico rischia di perdere interesse per il calcio e spostarsi verso altri sport che oggi fanno sognare di più, perché hanno conservato la freschezza e l’autenticità del gioco.Tutto questo genera un sistema che forma poco e male, allontanando i ragazzi dal calcio autentico e puro di chi da bambino ha un sogno nel cassetto.



