Benvenuti nella scuola calcio felice. Felice perché i bambini corrono, ridono, sudano e tornano a casa col fango sulle ginocchia. Felice perché nessuno urla dalla panchina come se stesse dirigendo l’assalto a Berlino. Felice, e qui sta la parte rivoluzionaria , perché si impara davvero qualcosa.
Naturalmente, tutto ciò è quasi fantascienza, ma non utopia. Proviamoci lo stesso.
Smettila di allenare la squadra. Allena il bambino
Marco ha undici anni. Gioca terzino sinistro. Non ha mai chiesto di fare il terzino sinistro. Qualcuno, un martedì sera di inizio ottobre, ha deciso che è un terzino sinistro. Da quel giorno, lo è. Anche se lui adora Lewandosky e vorrebbe provare a giocare in attacco.
La storia
Simone allena gli Esordienti da quattro anni. È un “buon” allenatore nel senso più tradizionale del termine: puntuale, preparato, appassionato.
Arriva al campo con le fotocopie delle sedute che emulano le prime squadre dei top campionati, divide il gruppo in ruoli fissi già da metà settembre e durante la partita del sabato urla indicazioni a raffica dalla linea laterale.
I genitori lo rispettano. I bambini lo temono un po’.
La squadra vince spesso. Simone è convinto di fare un buon lavoro.
Nessuno ha mai detto o avvisato Simone che il bambino che gioca sempre terzino sinistro, perché è il più veloce del gruppo, a tredici anni cambierà squadra, perderà certezze e non saprà cosa fare quando l’avversario cambia lato perché il nuovo mister gioca sotto principi di cui Marco non è minimamente a conoscenza.
Al nuovo mister dei ruoli non gli interessa tanto, se non nel rispettare la propensione dell’atleta e dei suoi talenti per metterli in campo in confidenza più totale.
Nessuno ha mai spiegato a Simone che la specializzazione precoce non produce campioni: produce dipendenza da ruolo ed è solo a vantaggio di Simone stesso.
Il Dato
Nel 2009, Jean Côté e colleghi dell’Università di Kingston (Canada) pubblicano uno studio destinato a diventare un riferimento fondamentale nello sviluppo sportivo giovanile.
La tesi è semplice e devastante: i bambini che si specializzano in un singolo sport prima dei 12 anni mostrano tassi significativamente più alti di burnout, infortuni da overuse e abbandono sportivo precoce. Al contrario, i futuri atleti d’élite hanno quasi tutti un passato di sampling — cioè anni di esplorazione libera tra sport diversi, ruoli diversi, contesti diversi.
Lo stesso principio vale all’interno del calcio.
Un bambino costretto in un ruolo fisso sviluppa automatismi locali ma non intelligenza di gioco globale.
La ricerca sulla plastica cerebrale in età evolutiva (Voss et al., 2010, Frontiers in Human Neuroscience) conferma che la variabilità dei compiti motori nelle fasi critiche dello sviluppo è associata a una maggiore densità di connessioni nei circuiti responsabili della presa di decisione.
In termini concreti: un bambino che fa cose diverse, diventa più intelligente sul campo.

La provocazione
Il calcio giovanile italiano ha un problema strutturale: misura il successo dell’allenatore attraverso i risultati della squadra, non attraverso la crescita del singolo.
Questo produce un incentivo perverso. L’allenatore razionale mette ogni bambino nel ruolo in cui rende di più oggi, non in quello che lo farà crescere di più domani. Il terzino veloce resta terzino. L’attaccante alto resta attaccante. Il portiere un po’ goffo resta in porta, perché cambiarlo costerebbe la sconfitta nel calcolo dei tempi federali.
Il paradosso è che questo sistema, pensato per vincere, produce esattamente il contrario a lungo termine. Paesi come Olanda e Spagna hanno costruito i propri modelli giovanili sull’idea opposta: ogni bambino, almeno fino agli undici anni, sperimenta tutti i ruoli o almeno 3 su propensione e 2 opposti per una pressione di crescita modulata.
La squadra così, può perdere. Il bambino NO.
“Non esiste un bambino nato per fare la mezzala destra. Esiste un bambino in esplorazione. Il tuo compito non è trovare il suo ruolo. È ritardare il più possibile il momento in cui glielo assegni.”
Domande aperte
- Se dovessi valutare il tuo lavoro non sulla classifica, ma sulla crescita di ciascun bambino, come cambierebbe il tuo modo di pianificare la stagione?
- Quanti dei tuoi giocatori hanno mai ricoperto un ruolo diverso da quello assegnato a settembre? Su quale principio attui questa meccanica?
- Riesci a distinguere, nel tuo gruppo, tra ciò che un bambino sa fare, e ciò che potrebbe imparare, se glielo lasciassi provare?
- Cosa succederebbe davvero se perdessi più partite per permettere a tutti di sperimentare posizioni nuove?

Fonti e riferimenti
-Côté, J., Lidor, R., & Hackfort, D. (2009). ISSP position stand: To sample or to specialize? Seven postulates about youth sport activities that lead to continued participation and elite performance. International Journal of Sport and Exercise Psychology, 7(1), 7–17.
-Voss, M.W., Kramer, A.F., Basak, C., Prakash, R.S., & Roberts, B. (2010). Are expert athletes ‘expert’ in the cognitive laboratory? Frontiers in Human Neuroscience, 4, 211.
-Ford, P.R., Ward, P., Hodges, N.J., & Williams, A.M. (2009). The role of deliberate practice and play in career progression in sport. High Ability Studies, 20(1), 65–75.



