Il calcio è uno dei pochi sport in cui la testa viene utilizzata intenzionalmente come parte integrante del gesto tecnico, con la capacità di colpire il pallone di testa che viene insegnata fin dalle prime fasi dell’apprendimento motorio.
Ritengo che la scelta del Como di adottare un percorso graduale volto a ridurre gli impatti alla testa nel calcio giovanile sia una decisione condivisibile, perché amplia il modo di concepire il calcio. Non viene più considerato esclusivamente come uno sport finalizzato alla prestazione agonistica, ma anche come uno strumento educativo e di promozione della salute.
Allo stesso tempo, è importante riconoscere che l’entità e gli effetti dei colpi di testa sulla salute cognitiva ed emotiva dei calciatori rappresentano oggi uno degli argomenti più discussi nel panorama scientifico, mediatico e sociale. Il dibattito riguarda principalmente due aspetti:
- da un lato il possibile effetto dell’esposizione ripetuta ai colpi di testa sulla salute cerebrale nel lungo periodo;
- dall’altro le strategie più efficaci per proteggere gli atleti da eventuali rischi associati a questo gesto tecnico.
Dall’analisi della revisione della letteratura “Where are we headed? Evidence to inform future football heading Guidelines” emerge che un’esposizione acuta ai colpi di testa possa determinare alterazioni cognitive transitorie, che nella maggior parte dei casi sembrano risolversi entro 24 ore.
Tuttavia, è fondamentale sottolineare che molti studi sperimentali hanno utilizzato protocolli che non rappresentano pienamente le condizioni reali di gioco, prevedendo ad esempio l’esecuzione di 10-20 colpi di testa in circa 10 minuti, una quantità difficilmente paragonabile a quella osservabile durante una normale partita.
Per quanto riguarda gli effetti a lungo termine, le evidenze risultano ancora contrastanti.
Alcuni studi hanno evidenziato, in un campione di ex calciatori professionisti, una relazione tra una maggiore esposizione cumulativa ai colpi di testa durante la carriera e punteggi inferiori nei test cognitivi. Al contrario, altre ricerche non hanno trovato associazioni significative tra una maggiore esposizione ai colpi di testa e un peggioramento delle capacità cognitive o un aumento del rischio di demenza.
Pertanto, considerando la scarsità dei dati disponibili e la presenza di risultati ancora ambigui, risulta difficile, secondo le odierne evidenze scientifiche, stabilire un rapporto causale definitivo tra esposizione a lungo termine ai colpi di testa e alterazioni della salute cerebrale.
È importante inoltre ricordare che il colpo di testa rimane una delle tecniche di suo costante nel calcio, anche a partire dai primi calci, ed in generale tra le più efficaci per segnare, se ci proiettiamo oltre gli ambiti della scuola calcio.
La letteratura ha evidenziato come il numero medio di colpi di testa per giocatore durante una partita possa variare da 0 a 8, con differenze significative in base al ruolo ricoperto, con difensori centrali e centrocampisti maggiormente coinvolti rispetto ad altri ruoli.
Il rischio associato al colpo di testa non dipende però esclusivamente dal gesto in sé, ma da diversi fattori, tra cui la posizione dell’impatto, la velocità della palla, la tecnica esecutiva, il livello di preparazione dell’atleta e la capacità della muscolatura cervicale di controllare il movimento testa-collo.
Quindi, il problema non è necessariamente il colpo di testa in sé, ma il modo in cui viene eseguito, insegnato e gestito.
Se da un lato la scelta del Como rappresenta un segnale positivo perché pone al centro la tutela della salute del giovane calciatore, dall’altro potrebbe essere interpretata come una possibile limitazione delle opportunità di apprendimento di una competenza tecnica fondamentale.
La letteratura evidenzia infatti che il rischio associato a questo gesto non dipende soltanto dalla quantità di esposizione, ma anche dalla qualità dell’apprendimento tecnico, dalla preparazione fisica e dal controllo neuromuscolare. Una tecnica corretta, associata a un adeguato controllo del complesso testa-collo, può contribuire a ridurre le accelerazioni lineari e rotazionali trasmesse al cervello durante l’impatto.
In quest’ottica, una riduzione drastica del colpo di testa potrebbe diminuire le occasioni in cui il giovane calciatore impara progressivamente a eseguire il gesto in modo corretto e sicuro.
Considerata quindi l’attuale incertezza scientifica, appare ragionevole adottare un approccio precauzionale finalizzato alla riduzione dei possibili rischi, senza però arrivare necessariamente all’eliminazione quasi totale del gesto tecnico nei giovani giocatori.

Un possibile equilibrio potrebbe essere rappresentato da un insegnamento progressivo e controllato, caratterizzato da un numero limitato di ripetizioni, da un’adeguata educazione tecnica, dall’utilizzo di metodologie appropriate e dall’integrazione di esercizi specifici per il rinforzo della muscolatura del collo.
Le evidenze disponibili sottolineano infatti l’importanza di privilegiare la qualità dell’apprendimento rispetto alla semplice quantità di colpi di testa eseguiti durante gli allenamenti. Inoltre, potrebbe essere utile integrare esercizi neuromuscolari specifici per il collo, soprattutto nei giovani atleti che potrebbero trarre maggior beneficio da questo tipo di intervento, così come valutare l’utilizzo di palloni con caratteristiche che riducano le sollecitazioni.
Nelle prime fasi dell’insegnamento del colpo di testa, infatti, l’utilizzo di palloni più morbidi, leggeri e/o più piccoli, come quelli in materiale spugnoso o particolarmente soffice, potrebbe rappresentare una possibile strategia per avvicinare gradualmente il bambino al gesto tecnico, limitando al contempo le sollecitazioni associate all’impatto.
Lo studio “Heading in football. Part 3: Effect of ball properties on head response” ha dimostrato che la riduzione della massa e della pressione del pallone può diminuire la gravità dell’impatto alla testa. Anche altre caratteristiche del pallone, come la rigidità, ne influenzano la risposta e devono essere considerate insieme ai parametri tradizionali di massa e pressione. Le modifiche alle caratteristiche del pallone possono avere un effetto pari o superiore a quello delle modifiche alla tecnica di colpo.
L’obiettivo, quindi, non sarebbe quindi quello di eliminare il colpo di testa, ma di modificarne le condizioni di apprendimento, adattandole alle caratteristiche e al livello di sviluppo del giovane calciatore.
Questo ragionamento può essere collegato a una considerazione più ampia già affrontata nel tema della scelta del pallone nella scuola calcio.
Se da un lato è importante proporre al bambino condizioni che facilitino l’apprendimento iniziale del gesto, dall’altro l’utilizzo di attrezzature differenti può rappresentare uno strumento per introdurre progressivamente una maggiore variabilità nel compito.
Il pallone, infatti, non dovrebbe essere considerato esclusivamente come un elemento da scegliere rigidamente in funzione dell’età, ma anche come uno strumento attraverso il quale modulare le difficoltà e le richieste dell’esperienza motoria.
In quest’ottica, nel caso del colpo di testa potrebbe essere interessante considerare differenti caratteristiche del pallone, quali dimensione, peso, pressione e rigidità, in relazione al livello di esperienza e di competenza del bambino.
Nelle prime fasi potrebbe essere opportuno proporre condizioni maggiormente facilitate, per poi introdurre progressivamente situazioni più complesse, analogamente a quanto può avvenire nell’apprendimento degli altri gesti tecnici.
L’obiettivo non sarebbe quindi anticipare precocemente il gesto o, al contrario, eliminarlo, ma costruire una progressione nella quale il bambino possa confrontarsi gradualmente con richieste differenti, acquisendo la capacità di adattare il proprio gesto alle diverse condizioni di gioco.
Il percorso adottato dal Como si inserisce nel più ampio orientamento internazionale volto a ridurre l’esposizione ai colpi di testa nelle fasce d’età più giovani e presenta alcune analogie con le indicazioni introdotte dalla Football Association inglese, che a partire dalla stagione 2024/25 ha introdotto, nelle categorie più giovani, il pass-in e il dribble-in in sostituzione delle tradizionali rimesse con le mani. La scelta nasce dalla volontà di rendere il gioco maggiormente accessibile ai bambini, riducendo situazioni nelle quali le rimesse possono generare palloni alti, difficili da controllare e conseguenti situazioni di frustrazione.
Ritengo che la scelta adottata dalla Football Association rappresenti, nel complesso, un approccio condivisibile e doveroso, in quanto l’introduzione di specifiche precauzioni nelle fasce d’età più giovani risponde alla necessità di tutelare maggiormente i giovani calciatori e di ridurre un’esposizione non necessaria a situazioni che possono comportare impatti alla testa.
Ritengo altrettanto interessante l’introduzione del pass-in e del dribble-in, in quanto queste modalità di ripresa del gioco possono favorire una maggiore partecipazione dei bambini, aumentare il coinvolgimento con la palla e promuovere lo sviluppo delle competenze tecniche individuali.
In questo senso, ritengo che il punto di equilibrio, però, non sia rappresentato né dalla completa eliminazione del colpo di testa né dalla sua precoce e sistematica introduzione, ma dalla costruzione di un percorso progressivo nel quale la riduzione dell’esposizione venga accompagnata dallo sviluppo delle competenze necessarie per affrontare, nel momento opportuno, le richieste specifiche del calcio.
In quest’ottica, la prevenzione non dovrebbe essere intesa esclusivamente come eliminazione o riduzione di un possibile fattore di rischio, ma anche come un processo di preparazione progressiva dell’atleta alla gestione dello stesso.
Ritengo pertanto che possa essere più efficace distinguere tra la necessità di limitare l’esposizione precoce al colpo di testa e la possibilità di mantenere esperienze motorie che preparino il bambino alla gestione delle situazioni di gioco caratterizzate dalla presenza della palla aerea.
Nonostante la tutela dagli eventuali effetti associati ai colpi di testa rappresenti un tema importante, ritengo tuttavia che, nel calcio giovanile, non debba essere considerata l’unica né la principale priorità.
Il calcio giovanile presenta infatti diverse problematiche ampiamente documentate dalla letteratura scientifica, tra cui il rischio di infortuni, che richiedono un’attenzione specifica e interventi di prevenzione strutturati.
In quest’ottica, sarebbe opportuno promuovere all’interno delle scuole calcio una maggiore cultura della prevenzione, attraverso programmi mirati e basati sull’evidenza scientifica, come il FIFA 11+ Kids, un protocollo di prevenzione neuromuscolare della durata di circa 20 minuti, strutturato in livelli di difficoltà progressiva e finalizzato allo sviluppo di equilibrio, controllo motorio, forza, coordinazione e stabilità articolare
L’inserimento sistematico di programmi di questo tipo nelle scuole calcio potrebbe rappresentare un vero cambiamento culturale, spostando l’attenzione non soltanto sulla prestazione sportiva, ma anche sulla salute e sulla formazione globale del giovane atleti.
Il FIFA 11+ Kids ha infatti dimostrato una significativa efficacia nella riduzione degli infortuni nel calcio giovanile, risultando superiore rispetto alle routine di riscaldamento tradizionali, con una riduzione degli infortuni complessivi superiore al 50% e una riduzione degli infortuni gravi prossima al 60%.
Conclusioni
Alla luce di questi dati, è quindi lecito chiedersi: non dovrebbe questa rappresentare una delle vere priorità del calcio giovanile?
L’implementazione di programmi preventivi strutturati nelle scuole calcio potrebbe realmente rivoluzionare il modo di intendere lo sport?
Purtroppo, ancora oggi la loro diffusione incontra alcune difficoltà. In molti contesti, infatti, permane una certa resistenza al cambiamento da parte degli allenatori, spesso legati a metodologie tradizionali e poco propensi a modificare la propria programmazione.
Per questo motivo, la vera priorità non dovrebbe essere forse quella di trasferire le evidenze scientifiche nella pratica quotidiana, attraverso una maggiore formazione degli allenatori e la costruzione di una cultura sportiva realmente orientata alla tutela della salute, alla prevenzione e al corretto sviluppo del giovane calciatore?
Prima ancora di chiederci come ridurre l’esposizione a un singolo gesto tecnico, non dovremmo forse chiederci che cosa stiamo facendo, nel complesso, per garantire ai giovani calciatori un percorso realmente sicuro, educativo e orientato alla loro salute?
Che cosa vorremmo che le società sportive, soprattutto quelle che rappresentano un punto di riferimento per il calcio giovanile, promuovessero realmente?
Quale esempio vogliamo che diano alle nuove generazioni?
Non dovremmo forse partire proprio da queste domande, chiedendoci “Quale modello di calcio giovanile vogliamo realmente costruire e quali valori vogliamo trasmettere ai nostri giovani calciatori?”
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