Lo studio target, obiettivo e campione
Lo studio di Tzioumakis e colleghi, pubblicato da poco su Frontiers in Psychology (05/08/2026 – doi: 10.3389/fpsyg.2026.1563931), ha valutato se una formazione dei tecnici basata sull’Empowering Coaching™ fosse capace di modificare nel tempo il clima motivazionale realmente creato dagli allenatori nel calcio giovanile.
Il target diretto sono stati gli allenatori e non i calciatori. Sono stati infatti coinvolti:
- 68 coach, 66 uomini e 2 donne, con un’età media di 35,7 anni e circa 6,9 anni di esperienza.
- Questi tecnici Allenavano ragazzi tra i 10 e i 15 anni.
- Gli allenatori operavano in Inghilterra, Francia, Spagna e Grecia.
- 36 allenatori sono stati assegnati al gruppo di intervento e 32 al gruppo di controllo.
I comportamenti degli allenatori, dei coach, sono stati osservati in modo programmato in tre momenti della stagione mediante il “Multidimensional Motivational Climate Observation System”, uno strumento osservativo scientificamente validato e non solo tramite questionari di valutazione somministrati ex post. Il gruppo di intervento non è stato valutato tramite le dichiarazioni degli allenatori, ma attraverso la codifica sistematica di ciò che facevano durante le sedute da parte di osservatori qualificati e specializzati.
Che cos'è l'Empowering Coaching™?
L’Empowering Coaching™ è un modello di formazione degli allenatori che integra due grandi cornici della psicologia della motivazione: la teoria dell’Autodeterminazione (Self-Determination Theory – Edward Deci e Richard Ryan) e teoria del Raggiungimento degli Obiettivi (Achievement Goal Theory – John Nicholls e Carole Ames).
Questo approccio è portato avanti da Joan L. Duda, psicologa dello sport statunitense e professoressa di Psicologia dello sport e dell’esercizio presso la University of Birmingham, nel Regno Unito. È una delle studiose più autorevoli a livello internazionale sui processi motivazionali nello sport, nell’esercizio fisico e nelle arti performative e non è da confondere con L’Empowerment Theory che si è sviluppata principalmente nell’ambito della psicologia di comunità, attraverso i contributi degli studiosi Julian Rappaport e Marc Zimmerman, anche se i punti di contatto sono molti.
L’obiettivo che questo tipo di approccio vuole sviluppare è la creazione, da parte degli allenatori, di un ambiente nel quale il giovane possa sentirsi progressivamente più autonomo, competente e relazionalmente ben connesso agli altri compagni, e nel quale il successo venga collegato soprattutto ad autonomia, impegno e continuo miglioramento personale, piuttosto che collegato al “semplice” superamento dell’avversario o alla realizzazione pedissequa delle condotte richieste dagli allenatori.
Un clima viene definito “empowering” (potenziante) quando sostiene autonomia, orientamento al compito e relazioni; diventa invece disempowering (depontenziante) quando prevalgono controllo, confronto basato sull’ego e comportamenti che ostacolano le relazioni.
Il modello considera empowering un ambiente che presenta contemporaneamente tre caratteristiche:
- Orientamento al compito: il successo viene definito attraverso apprendimento, impegno e miglioramento personale.
- Sostegno all’autonomia: l’atleta viene coinvolto, ascoltato e aiutato a comprendere il significato di ciò che fa.
- Sostegno alla relazione: l’atleta percepisce accettazione, rispetto, vicinanza e appartenenza.
Il clima opposto, definito disempowering, comprende invece:
- Orientamento all’ego: il proprio successo coincide con l’essere superiori agli altri
- Controllo costante: l’allenatore ricorre a pressione, imposizione, intimidazione o considerazione condizionata.
- Ostacolo alla relazione: il clima che accompagna la crescita sportiva può essere percepito come freddo, escludente e addirittura svalutante.
Secondo quanto appena precisato, le condotte del coach con i propri allievi/e, a seconda della situazione, possono essere sintetizzate come segue:

Va precisato che un allenatore “empowering” non è assolutamente un allenatore permissivo, che “lascia fare tutto”, perché la sua attività richiede costantemente di:
- stabilire regole chiare;
- mettere e mantenere limiti adeguati e coerenti;
- impegno costante degli atleti/e;
- correzioni generali ed individuali volte al miglioramento dei propri atleti/e;
- proporre sfide adeguate al gruppo e agli obiettivi;
- sviluppare e rispettare il senso di responsabilità;
- affrontare e gestire eventuali comportamenti inadeguati;
- non necessariamente negoziare qualsiasi decisione.
Tutti gli allenatori sono stati sottoposti ad una formazione totale di circa sei ore. Sicuramente importante, probabilmente di altissima qualità, ma risulta immediatamente evidente la debole consistenza della stessa, soprattutto perché, dopo l’impatto iniziale, al di là di alcuni momenti strutturati di controllo e analisi delle attività di campo, non sono seguiti sufficienti follow up.
Ad avviso di chi scrive, da quanto si è potuto leggere approfondendo questo Studio, più che di un protocollo di lavoro o di formazione specifica, si è proceduto con una sensibilizzazione degli allenatori, su tematiche fondamentali ed interessantissime.
Appare evidente che, senza un impatto strutturato e consistente, le “vecchie abitudini” possono facilmente riaffacciarsi, e che un grande miglioramento non è emerso, come più avanti specificato. Quanto appena evidenziato non toglie assolutamente merito all’indagine ed ai principi sottostanti ad essa, ma diventa più un punto di attenzione abbastanza ovvio per tutto il “sistema” e a tutte le latitudini: per produrre un “cambio di mentalità” visibile ed apprezzabile, del proprio team di educatori, investire in momenti di formazione saltuari è lodevole, ma totalmente inconsistente se l’effetto è quello al quale si assiste nel weekend durante numerosissime partite di Settore Giovanile e Scuola Calcio.
Che cosa è emerso dallo studio
- Il programma Empowering Coaching™ ha migliorato significativamente cinque delle nove variabili del clima motivazionale osservate nel corso della stagione. Ha prodotto una riduzione duratura dei comportamenti disempowering e orientati all’ego, mentre i miglioramenti nel sostegno all’autonomia e alla relazione si sono manifestati soprattutto nel breve periodo.
Risulta evidente che la formazione ha inciso maggiormente sulla riduzione dei comportamenti “negativi” che sul miglioramento di quelli “positivi”. Per un allenatore, infatti, può essere relativamente più immediato ridurre confronti, giudizi e interventi controllanti che imparare a sostenere sistematicamente l’autonomia e le relazioni all’interno delle differenti situazioni che si sono presentate durante la stagione.
A mio avviso, il miglioramento di cinque variabili su nove ha rappresentato un risultato da non sottovalutare, ma non sufficiente, considerando anche che alcuni cambiamenti positivi non si sono mantenuti fino al termine della stagione.
Nella tabella che segue sono riepilogate le risultanze dello Studio:

- La formazione ha favorito un ambiente maggiormente orientato al sostegno dei bisogni degli atleti e ha ridotto le strategie che potevano ostacolarli. Gli allenatori coinvolti nell’intervento hanno creato climi motivazionali complessivamente più funzionali rispetto a quelli del gruppo di controllo.
Sul tema si potrebbe ragionevolmente considerare che la qualità dell’ambiente di apprendimento non sia dipesa soltanto dagli esercizi proposti, ma anche dal modo in cui l’allenatore ha comunicato, distribuito le responsabilità, gestito in generale l’errore e riconosciuto i progressi dei giovani calciatori.
A parere di chi scrive, il risultato ha confermato che la competenza tecnica di ciascuno allenatore no deve essere separata da quella relazionale. Un allenatore tecnicamente preparato, ma con un approccio prevalentemente “controllante”, orientato al confronto, autoritario, rischia di costruire un ambiente pedagogicamente debole, anche quando la seduta appare ben organizzata, puntuale nei contenuti e supportata dai risultati sportivi.
- Il programma non ha imposto agli allenatori di abbandonare la propria filosofia, ma li ha aiutati a riflettere con maggiore consapevolezza sulle conseguenze dei propri comportamenti all’interno dell’ambiente dell’allenamento.
Risulta particolarmente significativo che il programma abbia agito sulla capacità degli allenatori di riflettere sui propri comportamenti concreti, fornendo competenza e ampliando il loro punto di vista, anziché limitarsi a trasmettere un modello teorico da applicare in maniera standardizzata. Gli allenatori hanno potuto individuare i comportamenti da modificare e formulare modalità alternative di intervento maggiormente empowering, “potenziante”
A mio avviso, tuttavia, l’aumento della consapevolezza non è da considerare alternativo ad un percorso costante di autosservazione e di “mentoring” che possa garantire un cambiamento stabile. Comprendere che un proprio comportamento è disfunzionale è già un ottimo passo in avanti. Sostituirlo in a partita ed in allenamento, durante situazioni di pressione richiede pratica, autosservazione, feedback, accompagnamento continuativo e supporto da parte dei membri della propria società sportiva, soprattutto per i più giovani e/o inesperti.
- Il cambiamento più duraturo ha riguardato la riduzione dei “comportamenti orientati all’ego”. Gli allenatori hanno diminuito i confronti fondati sull’abilità e l’enfasi sulla dimostrazione di una superiorità rispetto agli altri.
Questo è sicuramente uno dei risultati più interessanti: valutare i giovani attraverso il miglioramento individuale, l’impegno e il percorso di apprendimento, evitando di costruire gerarchie rigide tra giocatori considerati “bravi” e giocatori ritenuti “meno bravi”, riducendo al minimo i confronti e basando l’approccio su una logica di percorso nel lungo termine, piuttosto che esclusivamente sul risultato immediato è un passaggio delicato quanto importante. Questo cambiamento di solito non solo fornisce carburante ai giovani più motivati, ma tutela e accompagna soprattutto i giovani caratterizzati da una più bassa autostima e/o percezione di competenza.
A parere di chi scrive, il punto decisivo non è stato eliminare ogni forma di confronto o di ambizione competitiva, ma escludere che “il valore personale”, gli aspetti “identitatari” di un giovane, possano coincidere con la sua posizione nella gerarchia della squadra che deve certamente fondarsi sul merito, ma non solo di capacità in assoluto, anche di impegno, rispetto complessivo e miglioramento relativo specifico rispetto alla situazione di partenza ad inizio anno.
- Nel breve periodo sono migliorati il sostegno all’autonomia e alla relazione, ma tali effetti si sono progressivamente attenuati. Gli allenatori hanno inizialmente offerto scelte più significative e hanno manifestato maggiore attenzione verso il giovane oltre la sua prestazione sportiva; successivamente sono spesso tornati alle pratiche consuete.
Sul tema si potrebbe probabilmente considerare che le pressioni competitive, le abitudini consolidate e le difficoltà organizzative abbiano progressivamente ricondotto gli allenatori verso modalità maggiormente direttive. A mio avviso, per mantenere il cambiamento inizialmente stimolato, sono quindi necessari costanti richiami formativi, accompagnati da strumenti operativi utilizzabili nelle situazioni concrete di campo e dal supporto, già citato, di membri in posizione di responsabilità all’interno della società dove si allena.
Inoltre, anche in questo caso il cosiddetto “effetto di prossimità” (entusiasmo iniziale delle prime settimane sostituito, dopo poco tempo, da un ritorno ai comportamenti iniziali) ha mostrato chiaramente il limite dei corsi isolati. Non riterrei sufficiente una formazione capace di produrre entusiasmo e disponibilità al cambiamento nelle settimane immediatamente successive, se non è stata accompagnata da interventi che abbiano aiutato l’allenatore a trasformare progressivamente le proprie abitudini professionali.
- È emersa una diminuzione tendenziale dei comportamenti controllanti, senza che il risultato abbia raggiunto pienamente la significatività statistica. I livelli iniziali erano già relativamente bassi e ciò ha probabilmente limitato la possibilità di osservare riduzioni più ampie.
Leggiamo nello Studio che “Gli effetti su struttura orientata al compito e ostacolo alla relazione non erano significativi. Ciò può dipendere dal fatto che nel calcio di base gli allenatori si concentrano già su struttura, miglioramento, padronanza delle abilità, impegno e massimo sforzo. Analogamente, si auspica che, nello sport giovanile, i comportamenti che ostacolano la relazione siano rari”.
Risulta opportuno precisare che un risultato statisticamente non significativo non dimostra che quelle dimensioni siano irrilevanti o che l’intervento non abbia prodotto alcun effetto. Potrebbe semplicemente aver indicato che il margine iniziale di miglioramento fosse ridotto, soprattutto in presenza di valori di partenza già relativamente favorevoli.
A parere di chi scrive, l’interpretazione proposta dagli autori è plausibile, ma non può essere considerata definitiva. Non riterrei possibile escludere che l’assenza di significatività sia dipesa anche dalla numerosità del campione, dalla sensibilità dello strumento osservativo o dalla difficoltà di modificare comportamenti professionali già consolidati, oppure da una certa “resistenza al cambiamento” anche al giorno d’oggi troppo in voga, in qualsiasi ambiente lavorativo.
- Le pressioni competitive esercitate dalle società e dai genitori hanno potuto limitare l’applicazione delle pratiche apprese.
Nello Studio si evince che: “Diversi motivi possono spiegare l’assenza o la piccola entità di alcuni effetti. Uno è la pressione esercitata da società e genitori affinché le squadre ottengano risultati e massimizzino il rapporto vittorie-sconfitte. In alcuni Paesi, come la Grecia, allenare nel calcio di base è spesso un lavoro retribuito e genitori e società spingono a enfatizzare gli esiti competitivi. Tali pressioni possono incidere sugli allenatori: la pressione societaria danneggia motivazione e benessere psicologico, mentre gli allenatori meno motivati intrinsecamente sono più riluttanti ad applicare innovazioni.”
Sfido chiunque a dire di non essere stato influenzato da quanto appena indicato. Spesso tutti gli attori, Società, Allenatori, Genitori, Giocatori stessi iniziano con i migliori intendimenti e auspici, ma poi vengono contagiati dall’ “adultizzazione dell’attività sportiva”, ricadendo in comportamenti che tutto privilegiano, tranne che il percorso di crescita e quindi di medio/lungo periodo.
Da quanto si legge si può ipotizzare che l’allenatore abbia avuto bisogno di operare all’interno di una società coerente con il modello formativo proposto e che, se è stato valutato principalmente in base alle vittorie, abbia ricevuto implicitamente un incentivo a controllare maggiormente i giocatori, anticipare la selezione e privilegiare coloro che hanno garantito prestazioni immediate più soddisfacenti.
Ricorderei tuttavia a tutti noi che, anche se le Società ed i Genitori hanno responsabilità concrete ed evidenti su questi ambiti, la capacità di mantenere una linea educativa sana ed adeguata in ambito sportivo, anche nelle situazioni di pressione, deve rimanere e costituire parte integrante delle competenze professionali di un allenatore, a tutti i livelli.
- Lo studio ha indicato la necessità di una formazione continuativa durante la stagione. I workshop svolti una sola volta hanno avviato il cambiamento, ma non sono stati sufficienti a mantenere nel tempo tutte le pratiche di miglioramento proposte.
Sul tema si potrebbe ragionevolmente sostenere che follow-up, mentoring, osservazioni sul campo, confronto su situazioni reali e risorse digitali abbiano potuto trasformare i principi teorici in comportamenti professionali più stabili. Il cambiamento ha avuto maggiori possibilità di consolidarsi quando la formazione ha accompagnato l’allenatore anche nella fase applicativa.
A parere di chi scrive, questo ha rappresentato un punto cardine dello studio. La questione non ha riguardato soltanto che cosa insegnare agli allenatori, ma soprattutto come accompagnarli mentre hanno provato ad applicare quanto appreso nelle condizioni reali della stagione. Come già suepsosto, un corso isolato ha potuto informare e sensibilizzare, ma un percorso continuativo avrebbe avuto maggiori possibilità di trasformare stabilmente la pratica.
Cosa sappiamo degli effetti di un clima “positivo” sui giovani e sull’apprendimento? Alcuni esempi presi da altri studi scientifici recenti

Lo Studio ha riguardato solo i tecnici. Quali impatto ha avuto l’approccio Empowering Coaching™ su di loro, ma non ha indagato dei riflessi di questa sensibilizzazione sui veri protagonisti dell’attività sportiva in un campo verde: i giovani giocatori.
La letteratura scientifica sull’argomento si è più volte posta questa domanda, soprattutto perché spesso collegata all’abbandono precoce dell’attività sportiva.
Ad esempio nello Studio Relationships between Controlling Interpersonal Coaching Style, Basic Psychological Need Thwarting, and Burnout in Adolescent Soccer Players (Verónica Morales-Sánchez, Miriam Crespillo-Jurado, David Jiménez-López, Juan P. Morillo-Baro, Antonio Hernández-Mendo e Rafael E. Reigal), pubblicato il 7 luglio 2020 sull’International Journal of Environmental Research and Public Health, su un campione di 103 calciatori maschi tra 12 e 17 anni (età media 14,9 anni), gli autori hanno utilizzato questionari per valutare lo stile controllante dell’allenatore, l’eventuale frustrazione dei bisogni psicologici fondamentali quali autonomia, competenza e relazione ed il burnout degli atleti.
Lo stile controllante, caratterizzato da intimidazione, imposizione autoritaria, approvazione condizionata e controllo eccessivo, è risultato associato alla frustrazione dei bisogni psicologici. Quest’ultima, a sua volta, è risultata associata a livelli più elevati di burnout, espresso attraverso esaurimento psicofisico, ridotto senso di realizzazione e progressiva svalutazione dell’attività sportiva. Lo Studio ha rilevato una relazione di natura probabilistica, ma non ha dimostrato un rapporto causale certo, né ha misurato l’abbandono effettivo o gli infortuni, tuttavia porta ad affermare con forza che nel calcio adolescenziale uno stile autoritario e controllante è connesso a condizioni psicologiche che possono favorire il burnout.
A supporto di quanto sin qui affermato, ampliando le vedute e volgendo l’orizzonte ad altri sport, nello studio Coach-Created Motivational Climate Ratings Differentiate Between Dropout and Continuation in Australian Youth Swimming (Kylie Moulds, Kotryna K. Fraser, Josh Karp, Olivia Kapocius, Mark Heathcote, Paul R. Appleton e Stephen Cobley), pubblicato online il 7 maggio 2023 sull’International Journal of Sports Science & Coaching, gli autori hanno coinvolto 203 nuotatori australiani del Nuovo Galles del Sud, di età compresa tra 8 e 18 anni (età media 13 anni), impegnati a livelli competitivi compresi tra quello societario e quello nazionale. Il campione comprendeva 99 nuotatori che avevano proseguito l’attività e 104 che l’avevano effettivamente abbandonata.
Attraverso una versione adattata dell’Empowering and Disempowering Motivational Climate Questionnaire-Coach (EDMCQ-C), i ricercatori hanno valutato il clima motivazionale creato dall’allenatore e percepito dagli atleti. Il clima disempowering è stato caratterizzato da un’elevata attenzione al confronto e alla superiorità sugli altri, dall’enfasi sul risultato e da comportamenti controllanti, autoritari, pressanti o coercitivi. Il clima empowering è stato invece caratterizzato dall’orientamento al compito e al miglioramento personale, dal sostegno all’autonomia e dal sostegno sociale. Le risposte hanno riguardato ciò che l’allenatore principale aveva abitualmente detto o fatto durante gli allenamenti e le competizioni nell’ultimo anno di attività considerato.
I nuotatori che avevano abbandonato sono risultati oltre tre volte più propensi ad associare il proprio allenatore a un clima disempowering piuttosto che ad altri aspetti. Al contrario, i nuotatori che avevano proseguito l’attività hanno attribuito ai propri allenatori livelli significativamente più elevati di orientamento al compito, sostegno all’autonomia e sostegno sociale. Il clima neutrale non è risultato significativamente associato né all’abbandono né alla prosecuzione.
I risultati hanno autorizzato gli studiosi a concludere che un clima percepito come autoritario, controllante ed eccessivamente orientato al confronto e al risultato è risultato associato a una maggiore probabilità di abbandono sportivo, mentre un ambiente orientato all’apprendimento, all’autonomia e al sostegno personale è risultato associato alla prosecuzione dell’attività, come quindi indicato dallo Studio precedentemente citato.
Per quanto riguarda l’istruzione scolastica, lo Studio Effects of Teachers’ Praise-to-Reprimand Ratios on Elementary Students’ On-Task Behaviour , Effetti del rapporto tra elogi e rimproveri degli insegnanti sul comportamento orientato al compito degli alunni della scuola primaria (Paul Caldarella, Ross A. A. Larsen, Leslie Williams, Kade R. Downs, Howard P. Wills e Joseph H. Wehby), pubblicato online il 29 gennaio 2020 sulla rivista scientifica Educational Psychology, gli autori hanno analizzato tre anni di dati relativi a 2.536 studenti, di età compresa indicativamente tra 5 e 12 anni, osservati in 151 classi di 19 scuole primarie distribuite negli Stati americani del Missouri, Tennessee e Utah.
I ricercatori hanno rilevato direttamente la frequenza degli elogi e dei rimproveri formulati dagli insegnanti e il comportamento degli studenti durante le lezioni. È stato considerato “orientato al compito” il comportamento degli alunni che prestavano attenzione all’insegnante, lavoravano sull’attività assegnata, chiedevano aiuto in maniera appropriata oppure attendevano il proprio turno senza disturbare. Gli elogi comprendevano espressioni verbali di approvazione, preferibilmente collegate a un comportamento riconoscibile; i rimproveri comprendevano invece disapprovazioni verbali, richiami, minacce o indicazioni dirette a interrompere un comportamento inappropriato.
È emersa una relazione lineare positiva: quanto più è aumentato il rapporto tra elogi e rimproveri, tanto maggiore è risultata la percentuale di tempo durante la quale gli studenti sono rimasti concentrati sull’attività richiesta. Nelle classi caratterizzate dal rapporto più elevato tra elogi e rimproveri, gli alunni hanno mostrato livelli di attenzione al compito superiori di circa il 20–30% rispetto alle classi nelle quali tale rapporto era più basso. I rimproveri, considerati separatamente, non sono risultati significativamente associati a un aumento del comportamento orientato al compito; al contrario, il rapporto complessivo tra elogi e rimproveri è risultato positivamente associato all’attenzione e alla partecipazione degli studenti.
Il miglioramento è risultato progressivo: all’aumentare della prevalenza degli elogi sui richiami è aumentata anche l’attenzione degli studenti. I dati hanno quindi autorizzato ad affermare che una gestione della classe fondata prevalentemente sul riconoscimento dei comportamenti adeguati è associata a un coinvolgimento maggiore rispetto a una conduzione centrata soprattutto sulla correzione e sul rimprovero.
È necessario, inoltre, evitare di confondere l’elogio efficace con un generico “bravo”. Lo studio ha riguardato soprattutto feedback riferiti a comportamenti osservabili, come aver seguito una consegna, aver lavorato con attenzione o aver chiesto aiuto correttamente.
Interessante, ai fini delle presenti riflessioni è infine lo Studio: The competence-supportive and competence-thwarting role of athlete leaders: An experimental test in a soccer context (Il ruolo di sostegno e di ostacolo alla competenza esercitato dai leader-atleti: una verifica sperimentale nel calcio), pubblicato l’11 luglio 2018 su PLOS ONE, ha coinvolto 144 calciatori maschi tra i 12 e i 17 anni, con un’età media di 14,2 anni e circa 7,9 anni di esperienza calcistica. I partecipanti sono stati suddivisi in 36 squadre create appositamente per l’esperimento, ciascuna composta da quattro giovani calciatori e da un quinto giocatore che collaborava con i ricercatori assumendo il ruolo di leader della squadra
Gli scienziati hanno fornito una prova sperimentale del rapporto tra clima relazionale supportante e prestazione nel calcio giovanile. Le squadre esposte a un leader (in questo caso un compagno di calcio, non un allenatore) che ha espresso fiducia nelle capacità dei compagni, ha offerto incoraggiamento e feedback positivi e ha evitato reazioni svalutanti agli errori hanno mostrato miglioramenti significativamente maggiori nelle esercitazioni individuali di conduzione e tiro e nella prestazione collettiva di passaggio. L’effetto è risultato particolarmente rilevante per la prestazione di squadra. I risultati hanno quindi indicato, ed è quello che interessa maggiormente ai fini del presente articolo, che un ambiente emotivamente più sicuro e supportante può favorire non soltanto la motivazione, ma anche l’espressione concreta delle abilità calcistiche.
Certamente un leader, un compagno più anziano oppure più esperto non coincidono con la leadership di un allenatore, ma i principi che si desumono da questo studio sono più che interessanti e devo dire anche generalmente confermati dalla esperienza di chi scrive.
Conclusioni
Riterrei scorretto ridurre la conclusione di quanto sin qui argomentato in un banale «incoraggiare funziona e rimproverare non funziona».
La disciplina sportiva, a tutte le età, richiede da parte di tecnici e/o educatori ampie competenze, soprattutto di natura umana, visto che, come ben esprime Massimiliano Bellarte in L’allenatore e il senso del gioco (2025) noi addetti ai lavori dobbiamo “passare dal chiedersi ‘Che esercizi faccio oggi?’ A domandarsi ‘Che tipo di essere umani sto aiutando a formare?’ “
È necessario contestualizzare e rispettare la storia e le età degli atleti/e ai quali ci rivolgiamo. Quali sono poi i LORO sogni e LORO aspettative, non le nostre, oppure dell’ambiente o delle famiglie.
È altresì necessario, ad opinione di chi scrive, mettere gli atleti/e in condizione di essere adeguatamente preparati per le sfide che dovranno fronteggiare, portandoli ad essere il più possibile “pronti” per ciò che dovranno affrontare e questo passa per un approccio del tecnico che deve essere, a tutti i livelli, autorevole, attento, anche severo (perché si basa sulla fiducia che si ha nei propri giocatori e nelle attività richieste durante una stagione sportiva), ma in modo mai mortificante, che salvaguardi la relazione, anche quando la trasparenza potrebbe metterla a repentaglio e che mai e poi mai adultizzi l’esperienza dei giovani calciatori che tali, ancora non sono, anche se tutti, con una eccessiva frequenza, ce lo dimentichiamo.
Una formazione che metta al primo posto l’educazione emozionale, la comunicazione potenziante e che si concentri sullo sviluppi delle life skill e delle competenze socio-emotive risulta pertanto essenziale, non solo importante, per chiunque approcci con adolescenti e bambini, ma anche con adulti.
Non può davvero essere sufficiente una piccola sensibilizzazione di 6 ore, come effettuato nello studio che ha fornito l’incipit ha presente articolo. Serve un percorso di formazione più organizzato, costante e posto sul piedistallo delle competenze degli allenatori e non relegato a momenti, mi si passi la licenza, di folkloristica ricreazione tra un allenamento e l’altro, tra una partita e un allenamento.
La riflessione probabilmente più utile che possiamo trarre dagli argomenti affrontati in questo articolo riguarda la necessità che ogni adulto, tecnico, allenatore, educatore, formatore diventi consapevole di quali strumenti educativi dispone, o potrebbe disporre e di quali conseguenze questi strumenti possono essere portatori nei confronti dell’atleta come sportivo e, soprattutto, come persona. Di come, in qualità di leader, un mister/educatore influenzi significativamente il presente degli atleti a lui affidati e, più che probabilmente, anche una parte della loro vita che raramente uno giocatore di calcio dimentica, non solo diventato adulto, ma anche una volta “appesi gli scarpini al chiodo”.
E di come sia pertanto assolutamente da evitare, da parte dei tecnici, qualsiasi condotta reattiva: qualsiasi manifestazione comunicativa nel campo dell’educazione non deve essere solo efficace, ma rispettosa (anche se espressa con rigore) e soprattutto, ribadisco, consapevole.
La responsabilità che il tecnico ha, anche a livello di esempio, impone che egli stesso agisca, e non reagisca rispetto a ciò che accade. La differenza tra i due comportamenti è abissale.
Di come sia necessario ridurre il proprio ego e mettersi nei pani dei propri allievi. Di come l’empatia sia una competenza essenziale che ogni allenatore deve possere e, soprattutto, costantemente esercitare ed applicare.
Di quale significato il comportamento dell’adulto debba in concreto attribuire ad aspetti di impatto quotidiano nello sport quali l’errore, la competenza, il successo ed il percorso. Un errore potrebbe essere infatti trattato come una condanna al comportamento di un ragazzo/a, addirittura potrebbe essere percepito d quest’ultimo/a come un attacco personale, oppure può essere utilizzato come un’informazione necessaria per imparare, traendo il meglio da ogni circostanza, senza ovviamente cadere nell’opposto, vale a dire l’indifferenza oppure la celebrazione dell’errore. Una richiesta può essere imposta attraverso paura e controllo, oppure accompagnata da serenità, aspettative chiare e progressiva responsabilizzazione. Da supporto e accompagnamento, anche con severità, ma sempre con fiducia, pazienza, proporzione, osservazione e contestualizzazione.
La letteratura scientifica converge in modo consistente sul fatto che autonomia, padronanza del compito, cooperazione e qualità delle relazioni siano associate a motivazione, coinvolgimento e benessere maggiori.
Sappiamo, con la certezza che deriva dall’esperienza quotidiana consolidata negli anni, che lo sviluppo delle competenze socio-emotive nei ragazzi/e, ma in primis nei custodi della crescita di questi bambini/e e ragazzi/e sia essenziale. Abbiamo piena consapevolezza di quanto vanno affermando le scienze pedagogiche degli ultimi decenni.
Per trasformare una buona intenzione formativa in una cultura quotidiana, servono continuità, feedback e accompagnamento e, ribadiamo, cultura, approfondimento, aggiornamento e molta umiltà, aspetti che non possono solo essere calati dall’alto, né banalizzati, ma che è piena responsabilità di tutti noi “addetti ai lavori” perseguire con convinzione e tradurre in realtà concreta, quando accompagniamo i “nostri” atleti durante un piccolo ma importante tragitto, nel loro appassionante viaggio nel mondo dello sport, dentro ad un campo di calcio.
Una cultura che non può pesare sul solo tecnico, ma che è doveroso sia condivisa con gli altri colleghi, con le famiglie, con le Società Sportive di appartenenza e che deve essere rafforzata con pragmaticità dalle Istituzioni sportive, a tutti i livelli, senza equivoci, con determinazione e con una precisa assunzione di responsabilità.
Una cultura che parli di un percorso, non di “pillole” una tantum. Senza demagogia. Senza propaganda. E soprattutto “sporcandosi gli scarpini”.
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