Un triplice punto di vista
La mia riflessione parte da un background molto simile a quello di tanti lettori di Football Idea. Ex calciatore, allenatore Uefa C (con un passato da Responsabile Tecnico nei Centri Federali Territoriali) e da quasi dieci anni insegnate di scienze motorie a scuola.
Negli ultimi anni però, grazie a mia moglie e ad un mio collega pallavolista, mi sono appassionato al mondo del Volley, decidendo di intraprendere un percorso in un campionato amatoriale misto.
Non avendo un trascorso da pallavolista, con muri e attacchi in parallela non ho mai avuto grande dimestichezza, di conseguenza il mio approccio alla nuova disciplina poggia sul background di una persona mediamente allenata, sicuramente coordinata nei giochi sportivi che prevedono l’utilizzo di un pallone, ma ovviamente ignaro di quelle che possono essere le dinamiche reali in un contesto pallavolistico.
Il campionato di cui fa parte la mia squadra utilizza la rete ad altezza mista, 2,35 metri, ed essendo misto maschile/femminile, presenta delle variabili di gioco diverse rispetto a quella che è la pallavolo classica maschile (esempio: raramente si murano le donne).
Mi sono ritrovato in un gruppo dove tutti hanno un passato nella pallavolo, con un allenatore leggermente più giovane di me ma, devo dire, altamente formato e che trasmette grande passione per il gioco.
Sin dai primissimi allenamenti non ho mai avuto l’impressione di una persona che arrotonda allenando l’amatoriale la sera, ma di una qualcuno che crede in quello che fa e ama lo sport che insegna.
Un po’ per deformazione professionale, un po’ per puro interesse, ho cominciato ad osservare alcuni aspetti legati al gioco e al modo in cui questo mi viene proposto nell’arco delle sedute di allenamento, dovendo integrare tutta una serie di conoscenze che per me non sono scontate come invece sono per gli altri.
A partire dalle prime sedute ho potuto constatare la difficoltà nell’approcciarmi a una disciplina sostanzialmente sconosciuta o quasi, pur essendo io comunque un appassionato e seguendola in televisione.
Ho dovuto quindi ricalibrare un po’ tutte le mie capacità coordinative e soprattutto le mie decisioni in gara, quelle scelte che sul campo di calcio sono naturali e automatizzate, e che invece qui, nella piccola palestra in cui ci alleniamo, mi richiedono un carico cognitivo diverso.
Se controllare un pallone con l’interno piede, direzionandolo verso lo spazio o il compagno che ho già notato è una meccanismo per me assodato, scegliere dove attaccare in primo tempo non lo è altrettanto.
La distanza dal palleggiatore, il tempo di attacco, l’appoggio dei piedi, il caricamento e la posizione del muro avversario, variabili su variabili che ancora oggi, dopo qualche mese, mi mettono in difficoltà per la naturalezza… che non riesco ad avere!
Durante le partite mi ritrovo a dover scegliere quale sia la soluzione migliore in un lasso di tempo veramente infinitesimale, cosa che, se su un campo di calcio riesco a fare in maniera abbastanza spontanea avendo sempre praticato questo sport, nel contesto della pallavolo risulta molto più complesso.
Dover scegliere l’adeguato gesto tecnico, eseguirlo con la posizione giusta del corpo, senza invadere a rete e potendo offrire ai miei compagni di squadra la soluzione migliore, si è concretizzato come una situazione che mi ha messo, non dico a dura prova, ma che sicuramente ha sollecitato di molto la mia capacità di scelta.
Oltre a questo tipo di analisi, parallelamente, essendo anche un insegnante di educazione fisica e continuando ad allenare nelle scuole calcio, non ho potuto fare a meno di notare tutta una serie di scelte metodologiche e l’approccio comunicativo che il mio allenatore riserva al nostro gruppo squadra, che, ripeto, è composto da adulti ma è pur sempre un gruppo squadra.
In sostanza, paradossalmente, mi sono ritrovato a vivere in una triplice veste: quella di neo-giocatore di pallavolo, quella di insegnante che si appresta a scoprire uno dei giochi sportivi che propone a scuola ma che in realtà non ha mai giocato realmente e, oltretutto, quella di poter osservare da vicino il ruolo e le decisioni di un altro allenatore in un contesto diverso da quello a cui sono abituato.
Alcuni dei vincoli spaziali che incontriamo io e i miei compagni di squadra, legati anche alle dimensioni della palestra in cui ci alleniamo, ricordano molto le difficoltà che si presentano sui campi di calcio quotidianamente.
Ecco, questo triplice punto di vista mi ha dato l’occasione per riflettere su quanto, a volte, non prestiamo la giusta attenzione alla prospettiva dei ragazzi e invece siamo molto concentrati su quello che deve essere la riuscita dell’allenamento, sulla progressione degli esercizi e dei giochi che abbiamo pensato per l’occasione.
Potendo vivere in prima persona un riadattamento dei miei schemi motori in un gioco diverso da quello che ho sempre praticato, mi sono potuto immedesimare nelle difficoltà che incontrano bambini e bambine nella scuola calcio nell’affrontare un nuovo gioco o, anche se fossero calciatori o calciatrici che già praticano da qualche anno quello sport, nelle sfide di un normale percorso di evoluzione.
Oltretutto, iniziando anche a fare partite di un campionato amatoriale di pallavolo, mi sono ritrovato a dover gestire una pressione e, a tratti, anche una naturale e genuina paura dell’errore, cosa che nel calcio ovviamente avevo bene o male superato.
Dover giocare in un contesto di campionato, quindi con una classifica, con un punteggio e con degli spettatori, in uno sport in cui non mi sento sicuro come quello da cui provengo, ha generato in me una rielaborazione degli schemi mentali, potendo però contare su un approccio al gioco e una gestione emotiva di un adulto, molto diversa da quella di un bambino.
Gestire le emozioni con il background da insegnante e avendo lavorato a stretto contatto psicologi dello sport nella mia esperienza in FIGC, è sicuramente molto più semplice rispetto alla difficoltà emotiva che incontrano giovani calciatori e giovani calciatrici che, sebbene siano supportati dalla famiglia (e sappiamo che non sempre è così) o dagli allenatori (e sappiamo che anche in questo caso non è sempre vero ) non hanno le capacità emotive di poter gestire tutta una serie di situazioni.
L’esperienza che sto vivendo in prima persona non mi ha solo dato l’occasione di scoprire un altro sport, cosa che consiglio a tutti quanti, ma mi sta dando l’opportunità di osservare, cosa preziosissima e che troppo spesso ci dimentichiamo di fare.
Osservare e, di conseguenza, imparare; immedesimarmi ancora di più in quelle che possono essere le difficoltà di chi approccia a un gioco nuovo o comunque a delle esperienze nuove all’interno dello stesso gioco.
In conclusione, sono sicuro che il bagaglio esperienziale che sto accumulando mi fornirá un’ulteriore occasione di crescita rispetto alle proposte metodologiche e pratiche che metterò in atto tanto a scuola quanto in campo, sempre con lo scopo di creare il miglior ambiente di apprendimento per i giovani.

Domande per migliorarci
L’avventura in prima persona di Alessandro, nella sua triplice veste, porta a noi della Redazione di FootballIdea a porci le seguenti domande, per indirizzare la nostra esperienza a contatto con i giovani in modo sempre potenziante e proporzionato:
- Nel predisporre gli allenamenti, teniamo conto del punto di vista dei ragazzi/e?
- Quali erano gli aspetti che ci piacevano di più quando eravamo giocatori e quali volevamo evitare? Come posso trasferire queste esperienze oggi in qualità di formatore sul campo?
- Evito la trappola del “tutto e subito”? Sono paziente?
- Assumo un atteggiamento empatico?
- Adotto una comunicazione rispettosa?
- Perchè alcuni allenatori ci sono rimasti nel cuore più di altri? Cosa li rendeva così speciali? Come trasferire queste mie esperienze oggi ai miei allievi/e?



